Attività/Convegni e seminari

Formazione e scambio di buone pratiche al Forum internazionale DevReporter Network

2015-06-11 157Oltre 220 partecipanti, tra cui 100 giornalisti, hanno scambiato esperienze e conoscenze durante i due giorni del 2° Forum internazionale di DevReporter Network, tenutosi a Torino l’11 e il 12 giugno. Un importante momento di confronto e di scambio tra giornalisti, operatori della cooperazione internazionale, enti locali e docenti universitari, con l’obiettivo di migliorare la qualità e la quantità dell’informazione sulle sfide dello sviluppo globale e arrivare alla stesura di un Vademecum di raccomandazioni condiviso. In apertura uno spazio di “Open Space” con 20 postazioni interattive

I due giorni all’Arsenale della Pace di Torino si sono aperti con una vivace mostra interattiva con 20 postazioni in un’unica sala, il “DevReporter Open Space”, in cui ciascuna realtà ha avuto modo di raccontarsi e di mostrare a partecipanti e ai curiosi i propri prodotti di comunicazione, utilizzando proiettori, pc, cartelloni, pubblicazioni, in modo informale. Un mercato dello scambio di idee e contatti che si è concluso con il “Case Studies Pitches”, moderato da Bianca La Placa dell’associazione Caffè dei Giornalisti, in cui alcune realtà selezionate sono intervenute in brevi interventi incisivi.

Tra questi Matteo Dispenza, che ha presentato Me-Mo Magazine il progetto multimediale realizzato da 5 pluripremiati fotogiornalisti, tra cui il torinese Fabio Bucciarelli, vincitore del The Robert Capa Gold Medal e del World Press Photo: “Abbiamo puntato ad un’informazione indipendente sui diritti umani che unisse giornalismo e comunicazione ad elevata tecnologia. In un momento in cui l’informazione va sempre più veloce ed è sempre più breve, spesso a discapito della qualità, abbiamo scelto di andare controtendenza, proponendo storie lunghe, reportage e approfondimenti, uniti ad infografiche e interattività” ha sostenuto Matteo. Me-Mo Magazine è stato lanciato a gennaio, dopo un riuscitissimo crowdfunding che ha permesso loro di raccogliere il 150% di quanto richiesto.

“No ad un’informazione che usa porn poverty, no alla semplificazione se vogliamo portare i problemi globali a un livello locale” ha spiegato invece Ellen De Lange raccontando  la scommessa di Data Atlas, sezione di One World, piattaforma olandese di giornalismo sulla cooperazione internazionale e la sostenibilità, dedicata al Data Journalism “I dati possono raccontare la storia e si possono usare con modalità nuove e precise, alla portata di tutti per avvicinare e sensibilizzare persone di diversi ambienti” 

La testimonianza di Carlos Bajo Erro, giornalista e ricercatore sociale, porta in Spagna, a Planeta Futuro, portale di El Pais specializzato in cooperazione e diritti umani, che “vuole cambiare la visione dell’Africa, in maniera pratica, puntando alla formazione, alla sensibilizzazione e allo studio, e utilizzando immagini reali del continente, ma evitando stereotipi”.

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Altro paese, altro spunto: in Francia la rete di media Médias Citoyens unisce numerosi media radiofonici, tv, web e carta stampata della regione Rhone-Alpes in Francia, per un’informazione libera e in collaborazione con la società civile. Sempre in Francia, Altermondes, citizen magazine francese che coinvolge professionisti dell’informazione e organizzazioni della  società civile, “dà voce a chi spesso una voce non ce l’ha”, spiega il giornalista Andrea Paracchini, puntando sulla collaborazione tra professionisti dell’informazione e organizzazioni sociali.

E infine, Elisenda Rovira racconta il lavoro del progetto di giornalismo investigativo Media.cat, l’annuario dei silenzi mediatici, “ogni anno raccogliamo gli argomenti non trattati dall’informazione mainstream, li analizziamo e li approfondiamo, per farli entrare nell’agenda dei media e farli arrivare alla società”.

Tra le esperienze in mostra, anche il programma televisivo Radici di Davide Demichelis e Alessandro Rocca e i prodotti realizzati dai laboratori dell’Università di Torino, le campagne delle ong e i siti indipendenti di informazione di settore.

Il Forum internazionale DevReporter è proseguito con il lavoro dei workshops per la stesura del Vademecum (di cui parleremo in un prossimo post) e si è concluso con una tavola rotonda dal titolo “Development journalism: come informare il grande pubblico sui temi dello sviluppo e della cooperazione internazionale”, inserita all’interno del programma dei corsi dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, per la formazione continua dei giornalisti.

Oltre un centinaio i giornalisti italiani partecipanti oltre alle delegazioni straniere, segno che il tema, seppur entri con difficoltà nell’agenda dei media mainstream, suscita interesse e soprattutto necessità di maggiore conoscenza.

“Il silenzio è un segnale di disgrazia e non di rado di un crimine. È uno strumento politico, esattamente come il fragore delle armi o i discorsi di un comizio” scriveva Kapuscinski. Ed è il monito con cui ha iniziato il suo intervento Alessandra Comazzi, presidente dell’Associazione Stampa Subalpina, partner del progetto DevReporter e del Forum. “Siamo in un momento di evoluzione, troppa informazione porta a nessuna informazione. Ma se vuoi sapere cosa succede a casa tua, devi sapere cosa succede ad esempio in Congo, perché molto probabilmente nel tuo telefono c’è un granellino di Africa, di quei minerali che provengono da storie di sfruttamento. Il giornalismo italiano è ripiegato sul locale e la politica nostrana, ma  dobbiamo informarci su quello che succede nel resto del mondo. Non possiamo ignorare da che cosa fuggono i rifugiati che giungono sulle nostre coste”.

Ma ci sono esperienze positive di giornalismo che cerca di andare oltre le notizie “mainstream”. É il caso di Al Jazeera e della sezione “Public Liberties and Human Rights”, che cerca di allargare i confini del giornalismo mettendo al centro delle storie le persone. “L’obiettivo – spiega Ahmad Ashour, giornalista di Doha, da oltre 10 anni ad Al Jazeera – è quello di promuovere i valori fondamentali dei diritti umani. Abbiamo iniziato con una piccola scrivania nel 2008 e ora siamo un grosso gruppo di giornalisti, per una piattaforma che favorisce il dialogo sul ruolo dei media nella promozione dei diritti umani e promuove formazione ai reporter”.

L’intervento di Ashour è iniziato con un video di denuncia sulla condizione dei reporter minacciati per il solo fatto di fare il proprio mestiere: “journalism is not a crime”, il giornalismo non è un crimine, è il primo passo per garantire la corretta informazione, dare seguito alle notizie, approfondire e andare oltre alle breaking news.

Ma come far sì che le Ong possano contribuire al flusso di notizie con la propria esperienza e conoscenza dei territori su cui lavorano?

“Per raggiungere i media mainstream bisogna proporre soluzioni concrete ad un problema” spiega Chris Arsenault, giornalista della Thomson Reuters Foundation, la più grande organizzazione di giornalisti nel mondo. “Bisogna concentrarsi sui fatti concreti ed essere in grado di comunicare con concisione le proprie azioni, contestualizzando e collegando il macro al micro”.

C’è chi propone un giornalismo di soluzioni, non di problemi, come Stefano Arduini, caporedattore della rivista Vita, un interessante esempio di società cooperativa composta da associazioni e ong, che punta a un’informazione di qualità centrata sui temi sociali.

Approccio utilizzato anche dal desk sui diritti umani di Al Jazeera, che ha tra i propri partner le più grandi organizzazioni dei diritti umani del mondo, da Medici senza frontiere a Croce rossa internazionale e Amnesty International. 

“Le ong sono per noi una fonte e un supporto sul campo”, aggiunge Ashour, “soprattutto nei paesi in cui la libertà di informazione e la vita dei giornalisti è più a rischio”.

Un tema caldo, quello della comunicazione delle organizzazioni della società civile, che ha dato vita ad un animato dibattito: le Ong hanno davvero bisogno dei media per raggiungere il grande pubblico?

“Non necessariamente”, per Cristina Mas, di Ara.cat. “Le Ong possono comunicare con i propri mezzi e sfruttare la crisi del giornalismo e la fine del monopolio dell’informazione per diventare una fonte affidabile e diretta nel raccontare le sofferenze delle popolazioni nel mondo”.

Se in Italia esiste una mancanza di copertura delle sfide globali da parte dei media, il contesto francese è sicuramente differente e lo ha dimostrato l’intervento di Ziad Maalouf, di Radio france international: “non mi sento coinvolto dalla questione. Semmai la nostra audience ci rimprovera di parlare troppo di Africa. Abbiamo un progetto che si chiama mondoblog.org è una comunità di 600 blogger, nata per offrire formazione e accompagnamento continuo ai giornalisti in tutto il mondo”. 

Un dibattito aperto quello sulla copertura delle sfide globali nel mondo, che può prendere però utile spunto dal consiglio, per operatori della cooperazione internazionale e reporter, di Chris Arsenault: “Parla di ogni posto del mondo come parleresti della tua città”.

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