Buone Pratiche/Media/Ong

Un buon reportage sui pvs? Ecco le idee di giornalisti e ong

fotoreporter africaQuali caratteristiche dovrebbe avere un buon reportage sullo sviluppo e la cooperazione internazionale? Come parlare di paesi poveri? Dopo un vivace confronto in gruppi tra giornalisti e operatori della cooperazione, il 14 gennaio scorso, sono emersi alcuni punti interessanti per aprire il dibattito, in vista della stesura di un Vademecum di Dev Reporter Network

di Silvia Pochettino

Certi paesi non si possono raccontare a distanza. Questo è il primo punto su cui tutti sono d’accordo. Per raccogliere buone storie sui paesi del Sud del mondo bisogna anche “raccoglierne il gusto, l’odore“, toccare le situazioni con mano, sperimentare sulla propria pelle.

E’ poi importante conoscere ciò che si comunica, il mordi e fuggi è estremamente rischioso in contesti molto diversi da quello di provenienza del giornalista. Contestualizzare le notizie è teoricamente il compito di ogni buon giornalista, ma contestualizzarle in contesti culturali molto diversi richiede un’operazione più complessa. “Si tratta di contestualizzare anche rispetto alle realtà locali, alla loro percezione dei diritti e dell’ambiente per far emergere il punto di vista locale” sostengono le ong.

Innescare processi di identificazione è d’altra parte una chiave fondamentale per interessare il pubblico a questi temi, sostengono i giornalisti.

E quindi fondamentale mantenere un equilibrio tra questi due aspetti, arrivando anche  a ridefinire il concetto di prossimità. Cosa mi è vicino e cosa mi è lontano? Può essere a volte più utile per un lettore italiano conoscere notizie su paesi lontani che lo aiutano però a meglio comprendere meccanismi che influiscono sulla sua vita (come ad esempio la delocalizzazione delle imprese nel Pvs, lo scoppio di nuove guerre, l’andamento dei prezzi sul mercato) piuttosto che seguire in dettaglio la cronaca nera del proprio quartiere, ma è solo capacità del buon giornalista far emergere le connessioni tra micro e macro, mettere in luce i meccanismi internazionali che sottostanno ai fatti di attualità.

Tutti d’accordo poi nel dire che né sensazionalismo, né pietismo, aiutano una buona comunicazione sullo sviluppo. Rispettare la dignità dei soggetti locali è precondizione di qualunque buon reportage. Così come un buon reportage sulla cooperazione internazionale non racconta l’emergenza, ma comunica il cambiamento globale che parte dalla cooperazione.

Soprattutto, la comunicazione della cooperazione non è autoreferenziale – e qui i giornalisti tirano le orecchie alle ong – argomenta oltre il progetto, fornisce dati, dà voce ai protagonisti, lascia autonomia al giornalista di svolgere il suo lavoro. Come non devono esistere giornalisti “embedded” nell’esercito americano, non devono esistere giornalisti “embedded” neanche nelle ong.

Un buon reportage sullo sviluppo inoltre fa attenzione al linguaggio e alla parità di genere, aiuta a far emergere “la parte femminile” della cooperazione. Cerca e racconta storie positive senza indugiare nel catastrofismo, perché la chiave è suscitare curiosità e non pietà nei propri lettori.

Infine una buona comunicazione su questi temi non può essere a spot, ma deve prevedere una continuità nel tempo, affrontare i temi da più punti di vista, creare nel tempo una mentalità nuova che supera stereotipi e semplicismi.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...