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Ong e media, un nuovo rapporto possibile

1904214_333645210161788_4879393772838430745_nScontro/incontro, conflitto/collaborazione. Serve una via d’uscita semplice e rapida per sbloccare il corto circuito che imbriglia i rapporti tra la comunicazione delle ong e i media generalisti. E potrebbe anche non essere difficile se i problemi in cui entrambi si agitano fossero sfruttati come opportunità, visti i nuovi spazi che si sono aperti oggi dopo la morte di vecchie certezze e l’utilizzo diffuso dei nuovi mezzi digitali.

Potrebbe essere questa una sintesi del lungo e ricco incontro svoltosi giovedì 5 febbraio presso l’Associazione Stampa Subalpina a Torino sul tema del “L’innovazione digitale usata per raccontare lo sviluppo e la cooperazione internazionale”.

di Mario Ghirardi

I Media piemontesi- La difficile relazione odierna tra i due campi l’ha raccontata Cristopher Cepernich, docente di comunicazione politica all’università torinese. Da un’indagine da lui coordnata sui media locali piemontesi (giornali, tv locali e Tg3 Rai) è emerso che la comunicazione delle ong che trova qui spazio è assai ridotta e povera sia in termini quantitativi che qualitativi.

Su 83 media analizzati, in tre mesi sono stati pubblicati al riguardo 237 articoli, per lo più brevi di cronaca, poveri di contenuti, da dove emerge che per i giornalisti la cooperazione si sposa per lo più con la parola solidarietà.

D’altra parte nelle ong manca la professionalizzazione per poter strutturare in modo adeguato le relazioni di fronte a giornalisti che dal canto loro sono pressati da troppe incombenze e insufficiente specializzazione per poter garantire quel flusso costante di notizie indispensabile per una corretta e ricca informazione di settore. Carenze, ha ammonito Cepernich, che da parte delle ong non si risolvono con la tentazione della scorciatoia di ritenere superfluo l’apporto del giornalista rinunciando alla sua intermediazione, solo perchè forti delle nuove tecnologie digitali.

I risultati completi della ricerca sono diventati un ebook dal titolo “La cooperazione fa notizia?” pubblicato dal progetto DevReporter Network e scaricabile gratuitamente qui

Il webinar con “The Guardian” – Altre sono le soluzioni, forse cercando di arrivare almeno ad un vademecum condiviso di intenti, visto che anche la ‘notiziabilità’ sta cambiando. Lo ha sintetizzato Silvia Pochettino, coordinatrice dell’incontro, giornalista, responsabile della comunicazione del Consorzio Ong Piemontesi e founder di Ong 2.0, community e centro di formazione on line per l’uso avanzato del web. Dell’utilità delle nuove tecnologie ha dato atto organizzando un webinar in collegamento con Eliza Anyangwe, blogger inglese di origine camerunense specializzata nell’analisi dell’immagine dell’Africa sui media internazionali. Eliza ha discusso con il centinaio di persone presenti in sala e altrettante collegate via web da tutta Italia, su come bisogna trattare i temi dello sviluppo per arrivare al cuore del pubblico generalista dal suo osservatorio privilegiato che è la redazione londinese del quotidiano britannico The Guardian. Parlare di gente, non di problemi, non avere paura di porre domande crude o forse anche banali, vivere le storie sul posto, dove la gente che le deve raccontare abita, attenti ad una ‘context curation’ che richiede molto tempo e impegno, ma che dà valore allo scritto e al “girato”, sono possibili ricette.

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I webdocumentari – Ed è proprio questo concetto del vivere le storie da raccontare sul luogo in cui queste sono nate e cresciute, ovvero il far permeare i racconti filmati di suoni, profumi ed odori, che ispira il lavoro di Giordano Cossu, altro relatore all’incontro torinese. Cossu è giornalista, regista e produttore di reportage e webdocumentari che ha scelto di stabilirsi a Parigi, dove è più facile che in Italia trovare fondi per le sue opere, grazie al diffuso multiculturalismo da sempre nel dna della società francese.

Nell’isola caraibica di Haiti ha girato dopo il terremoto ed ha preparato documentari interattivi che coinvolgono lo spettatore nel dare la sua opinione sul procedere della ricostruzione, articolando percorsi diversi a seconda delle risposte del lettore, che viene coinvolto anche nel processo di crowfunding, oggi tanto importante per dare fiato ai progetti di sviluppo internazionale.

In Ruanda ha lavorato a 20 anni dal genocidio africano. Ci ha voluto mostrare, attraverso le storie di persone reali, e non solo di saggi sociologici e storiografici, la vita dei villaggi dove i familiari delle vittime si trovano a vivere porta a porta con i loro carnefici, tornati a casa dopo pochi anni di carcere. Storie di donne, orfane, violentate, mogli di assassini, vittime in vario modo di efferate violenze, gente che deve ritrovare una nuova e sofferta quotidianità.

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Raccontare storie dove identificarsi – Il racconto resta importantissimo, magari è un vecchio format, hanno commentato concordi Cossu e Cepernich, ma raccontare intense storie di vita vissuta fa sempre presa sul pubblico. Indispensabile è però lavorare insieme con giornalisti locali, trascorrere mesi e mesi sui luoghi, usando senza vergogna anche piccoli stratagemmi. Allo scopo possono servire persino semplici polaroid da lasciare ai soggetti fotografati, risorse che sembrano appartenere all’album dei ricordi e che invece si sono rivelate ancora utilissime per conquistare la fiducia della gente e portarla ad aprirsi.

E’ con quei format che si scalda il cuore del pubblico, senza sensazionalismo, senza pietismo, innescando processi di identificazione. Non col presupposto sbagliato di tante ong che credono di aver messo in piedi iniziative così importanti da non poter essere ignorate dai media, tanto importanti da poter fare a meno persino del comunicatore.

 

Qui le slide presentate dal professor Cepernich

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